La seducazione



Quando il genitore non è più animato dal dovere di educare, ma assillato dal bisogno di sedurre, e chiede implicitamente al figlio: "Dimmi che sono un genitore buono e gentile!"


I genitori si sentono sempre più spesso scontenti di dover imporre un limite al loro bambino. Perché?

A partire dagli anni Settanta le manifestazioni di autorità – e tanto più di tutto ciò che ha a che fare con la sanzione e la punizione – hanno iniziato ad avere una cattiva, anzi pessima fama. Ne sono stati ampiamente descritti i danni, mentre lo slogan del Maggio 1968, “Proibito proibire”, sembrava la guida di un’educazione “liberata”.
Bisogna dire che numerose opere scientifiche hanno lungamente insistito su questo punto, come già ricordato di Alice Miller. Per questa autrice, il ruolo educativo ideale dell’adulto è quello di mettersi in ascolto del bambino, dei suoi bisogni, di dimostrare tolleranza per i suoi sentimenti, per la sua suscettibilità, insomma, di imparare dai propri figli: “Molte persone troveranno assurda e ridicola l’idea che noi, in quanto genitori, possiamo venire a conoscere e apprendere più cose sulle leggi della vita da ogni nuovo bimbo che nasce piuttosto che dai nostri stessi genitori”. Un rovesciamento completo di prospettiva.

Certo, l’affermazione non è falsa: ogni genitore dalla mente abbastanza aperta ha avuto occasione di fare l’esperienza di “aver imparato dai propri figli” più di quanto si creda di primo acchito. Ma da qui a svalutare come fa Alice Miller, qualsiasi sapere parentale e qualsiasi cura educativa, assimilata ad un addestramento a esclusivo vantaggio dell’adulto, ce ne corre. Questo libro, per quanto caricaturale per i suoi eccessi, costituisce comunque una buona testimonianza dell’atteggiamento mentale che regnava nella seconda metà del XX secolo: confondendo il principio di autorità con le sue derive esagerate, l’autorità diventava nefasta, nociva per lo sviluppo del bambino, giustificata solo dall’interesse egoistico degli adulti, causa di disordini psicologici gravi: inibizione, nevrosi, perversione, ecc. I vari mezzi di comunicazione, televisione, stampa, saggi di ogni genere, si sono trionfalmente dati la mano in questa denuncia e hanno sparato a raffica contro ogni forma di autorità. Si può capire lo smarrimento dei genitori.

L’abbiamo detto: in questa difficoltà o resistenza ad usare l’autorità c’è anche una posta in gioco affettiva. Ogni adulto si aspetta dal figlio una relazione affettiva profonda, autentica, priva di ambivalenza e ambiguità, sempre fiduciosa e piena d’amore. Ora, frustrare un bambino vuol dire rischiare di vedere le sopracciglia che si aggrottano sul suo volto (segno di contrarietà e di moto di ritiro in se stesso del bambino piccolo), una smorfia di disapprovazione, gli occhi che si inumidiscono e poi lo sguardo che si volta dall’altra parte, sintomo di disimpegno relazionale. Qualche mese dopo, quando il bambino incomincia a parlare, non macherà di dire: “Sei brutta, mamma!”, “Sei cattivo, papà!”, per concludere: “Lo chiedo alla mamma (o al papà)!”.

Questa minaccia, questa rivalità sottilmente insinuata fra i due genitori, con cui i bambini imparano molto presto a giocare con notevole abilità, possono essere insopportabili per molti genitori. Insopportabili, anche perché abbastanza spesso padre e madre assumono un atteggiamento di rivalità mimetica. Educare un figlio quando si è in tre – un padre, una madre, un bambino – richiede, esige un minimo di differenziazione fra le persone per non cadere nel terribile conflitto di due contro uno, e sembra che questa differenziazione possa passare soltanto attraverso l’esperienza della frustrazione, attraverso lo sviluppo, e la capacità di aspettare.

Evidentemente la frustrazione deve essere commisurata a quanto il bambino può sopportare, tenuto conto della sua età e del tipo di privazione: anche qui è questione di buon senso e di esperienza. Ma ogni genitore deve assumersi il rischio di una perdita temporanea di amore da parte del proprio figlio, attraverso la quale questi esperimenterà un limite. Constaterà anche che dopo l’attesa può arrivare l’appagamento che non per questo è meno bello; e anche che si può smettere di amare temporaneamente qualcuno senza per questo odiarlo per tutta la vita.

Per molti genitori di oggi, questa esperienza sembra particolarmente difficile da imporre al figlio, in particolare quando non sono sicuri della loro relazione di coppia e sembrano più preoccupati di salvaguardare la continuità della relazione filiale che di aver fiducia in una relazione coniugale dal futuro incerto. Ed è doloroso dover accettare di non essere per un attimo un “buon genitore” agli occhi del bambino.

D. Marcelli

dal libro Il bambino sovrano